Nel segno della Musa

Cieco nato, 1971-cemento e acrilico cm 43x23 Cieco nato, 1971-cemento e acrilico cm 43x23
“Ritratti d’artista”
Maestri del ‘900

Luciano Nenzioni,
nel ricordo del figlio Maurizio
di Marilena Spataro
Luciano Nenzioni, pittore e scultore, un Maestro del '900 di grande originalità e capacità espressive. Apprezzato dagli ambienti artistici bolognesi, e non solo, fin dagli esordi della sua ricca e prolifica carriera d'artista. Nonostante queste premesse di un sicuro successo, egli non ha mai raggiunto quella fama che, sia a parere del pubblico che della critica di ieri e di oggi, si sarebbe ampiamente meritato. Come si spiega?
Cavalieri 1975 cemento e acrilico su cartone cm 47x58«Spiegarlo significa aver trovato risposte certe ai comportamenti che hanno contraddistinto la vita di mio padre. Le situazioni personali, ambientali, culturali mi si presentano ancora con confini vaghi. Consapevole di ciò, ho cercato in questi ultimi anni di calarmi nel suo universo affiancandomi a lui come un'ombra. Il dialogo tra di noi è stato frammentario ed interrotto da periodi di lontananza. Se mai troverò risposte queste mi verranno date dalla 'lettura' dei suoi lavori, chiaramente autobiografici, intimamente legati alla sua dimensione fisica e spirituale. Dalla prima mostra, a metà degli anni 50, seguita da varie personali e collettive in diverse città italiane, la critica ha sempre apprezzato i suoi lavori, riconoscendone l'innata sintesi espressiva, la raffinata essenzialità in una continua ricerca di temi e materiali. A questi riconoscimenti, pur importanti per lui, non ha mai dato un seguito mondano. Di carattere riservato, cercava di vivere la propria vocazione artistica svincolata da logiche commerciali che avvertiva come limite alla propria libertà di artista. Il vivere appartato è stata una scelta quasi obbligata. Non voleva e non poteva più permettersi distrazioni di sorta nel suo viaggio di ricucitura tra infanzia, studi, un progetto forte di vita e il dramma della guerra e prigionia. Il pubblico era strettamente limitato all'indispensabile. Gli acquirenti delle sue opere erano per lo più amici o conoscenti: da una parte l'artista che racconta l'opera e la comprensione della stessa determinante per la vendita. Questo rito avveniva quasi sempre nel suo studio dove assieme a tante altre l'opera in questione era tassello di una costruzione più ampia. La figura dell'artista è perciò rimasta legata ad un 'passaparola' che seppur positivo ha costituito un limite per raggiungere un pubblico più ampio».
In occasione del centenario della nascita di suo padre lei ha voluto dedicargli un ricordo con un'importante mostra presso Fondantico, tra le più prestigiose gallerie di Bologna. Un ricordo, ma anche un omaggio che nasce dalla volontà di rilanciare l'opera di Luciano Nenzioni facendola conoscere anche alle nuove generazioni?
«Negli ultimi anni della sua vita mio padre aveva manifestato la volontà di fare una mostra antologica. L'età avanzata, problemi di salute e l'impossibilità di organizzarla come avrebbe voluto non ne resero possibile l'attuazione. Dopo la sua morte, mettendo ordine nel suo materiale artistico, ho trovato svariati quadri, sculture di legno e cemento accatastati e quasi nascosti, pagine di un libro nel quale si dipanava una storia: la sua. La galleria Fondantico, spazio di largo respiro coi suoi alti soffitti, nel cuore della vecchia Bologna dove mio padre nacque 'quando c'erano ancora i Figure Riposo anni 80 90 cemento acrilico su cartone cm 70x101lampioni a gas', mi è sembrata la giusta dimensione dove fare rivivere parte della sua produzione. Con questa mostra ho voluto riproporre esperienze del passato con tutti i suoi personaggi: estimatori, critici e vecchi amici che avevano conosciuto sia l'artista che l'uomo. Mi sono reso conto personalmente anche dell'impatto emozionale e meravigliato di fronte alle opere di mio padre».
Se non sbaglio ha in mente la realizzazione di uno spazio espositivo permanete dedicato alla ricca produzione artistica del suo genitore. Ci parla di questo progetto?
«Ultimamente ho effettuato un acquisto singolare ed intrigante, una piccola rocca eretta a Imola nel 1700 per volere di Papa Benedetto XIV. Terminata la ristrutturazione è mia intenzione destinare parte dei locali della medesima a spazio, sia espositivo, sia destinato alla catalogazione ed inventario di tutta l'opera di mio padre. Saranno inoltre raccolti documenti e fotografie riguardanti gli anni dell'internamento in un campo di concentramento tedesco durante l'ultima guerra. Tutto questo per una conoscenza più completa della figura di mio padre».
Che ricordo conserva della sua infanzia con Luciano Nenzioni padre e artista?
«Gli anni della mia infanzia li abbiamo vissuti a San Lazzaro, piccolo comune alle porte di Bologna, campi coltivati da una parte, collina dall'altra parte. Quando il paese divenne con l'urbanizzazione quasi un quartiere di Bologna, ci siamo trasferiti in cima ad una collina da cui si dominava la pianura bolognese. Questo luogo per mio padre divenne un punto alto ed appartato di osservazione. I ricordi sono tanti. D'estate mio padre conduceva me e i miei fratelli al fiume portando con sè il necessario per dipingere. Mentre noi sguazzavamo nell'acqua, montava sul cavalletto la tela ed iniziava a stendere i colori. All'aperto, FIGURE 1975 LEGNO cm 109X40cercando quella luce che per alcuni anni, nel nord della Germania gli era stata negata. I problemi erano al ritorno quando figli e tela ancora fresca dovevano rientrare il più possibile integri. D'inverno mio padre non rinunciava al presepe, costruito con le sue mani utilizzando piccoli legni, filo di ferro, corda e stoffa con tanto di capanna, muschio fresco, il tutto illuminato da piccole candele. Nelle buie e lunghe giornate invernali, per tenerci buoni, aveva costruito una scatola di legno, rivestita di stagnola, con lampadine e specchi attraverso la quale proiettava sul muro di cucina immagini stilizzate di animali e personaggi delle fiabe. Li disegnava e colorava su strisce di carta pergamena che faceva lentamente passare attraverso la 'lanterna magica'».
Quanto, a suo avviso, hanno inciso i luoghi e la cultura della sua terra sulla personalità di Luciano Nezioni?
«Fin dall'infanzia mio padre ha sempre vissuto a stretto contatto con la natura. La passione per la natura gli fa intraprendere studi universitari in Scienze Naturali. Già allora proseguendo negli studi si rese sempre più conto che, pur riconoscendo l'assoluta validità delle regole fisiche e chimiche che spiegano i fenomeni, esse non gli davano risposte soddisfacenti al senso di armonia e di respiro profondo che provava di fronte ai fenomeni naturali. Spinto da quest'ansia di ricerca trasporta nell'impianto delle sue costruzioni artistiche, con la razionalità dello studioso, stesure geometriche, piani e volumi precisi e puliti. Tuttavia le aree sono rarefatte, limate dal silenzio, sulle quali rette perpendicolari portano oltre, verso l'infinito. Negli anni sessanta ha visto il mondo attorno a lui trasformarsi sempre più velocemente e con essa un'umanità sempre più smarrita e priva di equilibrio. Decide quindi di trasferirsi in collina. Durante le sue lunghe passeggiate raccoglieva piccoli sassi, foglie e cortecce di alberi che assieme agli odori pungenti e ai molteplici cromatismi del sottobosco gli creavano le giuste suggestioni ed armonie da trasferire nelle sue opere. Scrisse a proposito “gli stessi materiali poveri che utilizzo insinuano il motivo di una pittoricità diffusa nel microcosmo quotidiano, dove ogni uomo è chiamato a esserne cantore”».
omino che legge 1958 gesso dipinto a olio su tela cm 36 x26Quali le esperienze esistenziali che maggiormente si colgono nel lavoro di suo padre e quali i moventi poetici da cui egli traeva ispirazione in base alla sua indole e formazione culturale?
«L'esperienza della guerra, molto intensa, vissuta prima come ufficiale, poi come internato in un lager tedesco accentuano in mio padre un grande bisogno di purificazione come antidoto alla frantumazione fisica e morale subita. Sempre più impellente nasce in lui il bisogno di un riscatto dello spirito sulla caducità della materia. Il ricordo di quegli anni accompagnerà per sempre il suo pensiero ed il suo operato artistico sia laico che religioso. Nelle sue opere l'individuo viene rappresentato come massa informe e spersonalizzata, senza gli attrbuti fisici che lo caratterizzano al fine di stimolare una ricerca che vada oltre la materia, nella sua essenza. Utilizza il cemento, materiale freddo e di poco pregio per plasmare le sue opere, onde donargli una dimensione lirica, dove i colori tenui sfu- mati, polverosi in superficie sembrano filtrare faticosamente da un interno nascosto».
Luciano Nenzioni, artista a 360 gradi. Pittore, scultore e pure scrittore di toccanti testi critico poetici, sebbene non li abbia mai dati alle stampe. Quali di questi aspetti artistici e creativi predilige e quali di essi la toccano maggiormente nel suo profondo di figlio?
«A volte scriveva appunti in forma poetica, testi che raccontano di antiche memorie, di presepi lontani, di sua moglie, che fanno parte di questa piccola raccolta. Appunti molto importanti conducono in forma lirica sul perchè su come costruiva le sue opere. Dalle pareti del mio appartamento i quadri mi parlano di quei testi. Opere e testi mi danno la chiave per accedere all'universo di mio padre. Entrambi gli aspetti sono per me indispensabili».
Nella sua ricca produzione e in 40 anni di lavoro da artista, Nenzioni ha conosciuto tutte le correnti della sua epoca, avanguardie comprese. Qual è, a suo parere, la connotazione stilistica che ne caratterizza maggiormente il lavoro?
«Pur essendo artista appartato, la sua attività non fu del tutto estranea alle ricerche artistiche del 900. La sua condizione apparentemente ritirata gli permise un'osservazione meditata e attenta. Ne sono testimonianza l'abbandono del 'periodo tut- to tondo' ispirato a Brancusi, la condivisione con certe avanguardie, dell'idea di 'movimenti immobili' mediante figure collocate dentro schemi ripetuti e seriali o secondo linee orbitali. Richiami al 'raggismo' e 'vorticismo' sono presenti nelle linee a raggiera che si irradiano dalle sue figure o nelle aperture a ventaglio nello spazio negli enigmatici 'giardini d'inverno.' La stilizzazione delle forme, la geometrizzazione delle immagini ed oggetti nello spazio riportano l'opera di mio padre verso suggestioni di ordine cubista. Punto di riferimento fu certamente l'opera di Giorgio Morandi. Influenze si possono trovare negli incroci di luci ed ombre che accompagnano spesso l'atmosfera sospesa e rarefatta presente nelle opere di mio padre. L'utilizzo di materiali cosiddetti poveri, legno cemento, tela di sacco è comune al cammino di molti artisti di quel periodo. In definitiva mio padre, se pur defilato non fu indifferente al panorama della ricerca artistica del periodo anni 50 e 70. Dopo aver rigettato vecchi schemi creativi, mezzi e tecniche ormai desueti, si avventurò in forma autonoma e indipendente verso scelte artistiche che lo accomunano ad avanguardie accreditate. Non so esattamente quale possa essere la cifra stilistica che ne caratterizza l'opera. I tratti più distintivi che mi emozionano maggiormente sono nelle atmosfere rarefatte e misteriose. Il rigore e la tensione con i quali conduce la materia con scomposizioni e ricomposizioni verso forme precise ed ordinate, in cui nulla è superfluo o affidato al caso».
Come era il rapporto con gli altri artisti, nonchè con le giovani generazioni del suo tempo, di Luciano Nenzioni?
«Mio padre stava volentieri tra i giovani, si trovava a proprio agio con loro non avendo mai smarrito la curiosità e il gusto per la meraviglia tipici dei bambini. Ha tenuto corsi per i bimbi di età scolare, con percorsi per stimolare la creatività utilizzando materiali di recupero coi quali i bambini creavano oggetti artistici sotto la sua guida».
C'è un ricordo che ancora la commuove quando pensa a suo padre e magari qualche non detto tra voi che oggi rimpiange di non avergli manifestato?
«L'Otto settembre 1943, più di seicentomila militari italiani vennero catturati dai tedeschi ed internati nei campi di concentramento in Germania. Mio padre fu tra questi. Il loro rifiuto a proseguire la guerra al fianco dei nazifascisti provocò forti ritorsioni. In quei lager si moriva di tifo, di dissenteria e di denutrizione e anche per mano dei tedeschi. Le condizioni sanitarie ed igieniche erano estreme. Al termine della guerra coloro che tornarono, dimenticati dal governo, quasi vergognandosi raccontarono ben poco. Mio padre non parlò quasi mai di quel periodo. Noi, io chiedemmo assai poco. Non saprò mai se far riaffiorare quei ricordi gli sarebbe stato di conforto. L'esperienza ritorna insistentemente nelle opere di rivisitazione del mondo antico dove, le figure dei cavalieri e dei principi, stilizzate nel cemento, sempre uguali a se stesse oltre il mutare dei giorni, assumono la valenza di un antidoto contro i fantasmi di una guerra e prigionia vissute. I suoi personaggi diventano paladini ed emblema della lotta contro la crudeltà dell'essere umano e del suo abbrutimento morale e spirituale. Mio pa- dre è anche conosciuto per il significativo ciclo di opere eseguito a Monte Sole (Marzabotto) come omaggio commemorativo alle tante vittime dell'eccidio avvenuto nel '44 da parte di militari tedeschi. Si trattò per lui di un'esperienza intensissima vissuta per lungo tempo nei luoghi stessi dove si svolsero i fatti. Le opere lavorate sul posto, nella sua intenzione dovevano essere 'piccole lucerne' a tutela della sacralità di quei luoghi, al di là di ogni retorica e strumentalizzazione, un invito alla preghiera e meditazione. Mi reco spesse volte a Monte Sole. Percorrendo quei sentieri è l'incontro con ferri piegati a forme e grigi impasti di cemento che rimandano al corpo mutilato del Cristo uomo, che rinvigorisce una volta ancora il ricordo di mio padre».