Jackson Pollock: inizio e fine di una rivoluzione

di Rita Lombardi.
Al festival di Venezia del 2000 viene presentata, in prima mondiale, la pellicola “Pollock”. Il film prodotto, diretto e interpretato da Ed Harris è basato sul libro “Pollock: an American Saga” di S. Neifeh e G. W. Smith.
Prima di cominciare a girare, Ed Harris si è documentato accuratamente visionando i filmati esistenti, come quello girato dal regista Hans Namuth nel 1951, in cui Pollock è ripreso mentre lavora utilizzando la famosa tecnica del “dripping” (letteralmente “sgocciolamento”) e spargendo poi sabbia sulla tela (Fig. 1).
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Ed Harris si è calato perfettamente nella parte, mettendo a nudo, oltre che l’artista, l’uomo con i suoi scatti, la sua emotività, il suo carattere instabile, le sue improvvise crisi, la sua dipendenza dall'alcool e dalle avventure amorose. E allora possiamo vedere il pittore che sovrasta il lungo rettangolo di tela steso sul pavimento, mentre tiene tra le mani un barattolo di vernice industriale. Prende a girare attorno alla superficie bian- ca che si stende i suoi piedi, eseguendo una danza, come aveva visto fare agli indiani Navajo del Nuovo Messico, mentre tracciavano con la sabbia rituali disegni colorati sul terreno (vi aveva assistito anni prima, da ragazzo, quando accompagnava il padre agrimensore nei suoi spostamenti). Ogni tanto Pollock oltrepassa i confini della tela e vi cammina sopra, per sentirsi dentro il corpo dell’opera che sta eseguendo, sgocciolando il colore direttamente dal barattolo. Raggiunge poi il massimo lanciando letteralmente lo smalto e liberandolo nell’aria con stecche, siringhe o vecchi pennelli irrigiditi. L’opera di appropria dello spazio, sembra nascere da sola e venire alla luce in un vortice fatto di movimenti delle gambe, di gesti delle braccia e di spruzzi di colore. Pollock dichiara di sentirsi “un toro al centro dell’arena” perché tra quadro e pittore ha luogo un vero e proprio combattimento. Alla fine emerge il risultato: una stratificazione di strie colorate, insieme casuale e calcolata, senza centro né periferie.
Pollock è certo debitore della tecnica automatica dai pittori surrealisti che si sono rifugiati in America per sottrarsi alle persecuzioni naziste, ma più di Mirò, Masson e Max Ernst, porta tale automatismo ad un limite estremo, impossibile da superare. Jackson Pollock fa parte con A. Gorky, W. De Kooning, Ad Reinhardt, M. Rothko, e altri del gruppo degli espressionisti astratti. Il termine “Abstract Expressionism” viene coniato agli inizi degli anni cinquanta dal critico R. Coats. Questi pittori sono accomunati dall’astrazione e dall'esecuzione di quadri di grandissimo formato nei quali vi è la totale eliminazione di qualsivoglia rimando narrativo e l’assenza completa di gerarchizzazione tra le diverse parti della tela. All’interno di questo raggruppamento, per Jackson Pollock, W. De Kooning e Sam Francis è prevalsa la definizione di “Action Painting” proposta dal critico H. Rosenberg, per la messa in rilievo della materia pittorica ed una certa eroizzazione dell'artista stesso.
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CENNI BIOGRAFICI E STORICI
Jackson Pollock nasce nel 1912 a Cody nel Wyoming. Nel 1928 inizia a frequentare la Manual Arts High School a Los Angeles. Ma nel 1930 si trasferisce a New York, dove studia per tre anni alla Arts Students League. Negli anni seguenti viene coinvolto in un progetto artistico dell’Amministrazione Federale come assistente del pittore messicano David Seiqueros.
Tra il 1939 e il 1942 è in cura da uno psicologo Junghiano per la sua dipendenza dall’alcool e trascorre le sue serate nei locali di Manhattan discutendo di pittura con Rothko e de Kooning.
Nel 1942 la miliardaria americana collezionista e mecenate Peggy Guggenheim inaugura a New York la galleria Arts of this Century. L’anno prima, con l’avanzata dei nazisti verso Parigi, Peggy Guggenheim, da molti anni lontana dall’America, chiude la sua galleria londinese, completamente dedicata all’arte contemporanea europea, e ritorna in patria portando con sé la sua straordinaria collezione (Picasso, Braque, Dalì, Mondrian, Lèger, Brancusi, Max Ernst, Mirò) che esporrà nella nuova galleria newyorkese.
Ed è proprio grazie a questa collezione che Pollock e i suoi amici possono entrare in contatto con l’innovazione dell’Avanguardia europea.
Nel 1943, proprio in questa galleria, viene allestita la prima personale di Pollock con tre dipinti dedicati alla donna-luna: “Mad Moon-Woman” del 1941, “The Moon-Woman” del 1942 e “The Moon-Woman cuts the Circle” del 1943 (Fig. 2). Nella teoria di Jung la luna è la parte femminile, presente in ambedue i sessi, che simboleggia l’inconscio, l’emozione e l’intuizione.
Nel 1944 Pollock sposa la pittrice Lee Krasner e trasferisce con lei studio e abitazione a Long Island.
Il 6 agosto 1945 gli Stati Uniti sganciano la prima bomba atomica su Hiroshima: è l’inizio dell’era atomica. Se inizialmente gli U.S.A. detengono il monopolio atomico, ben presto l’U.R.S.S. supera il gap tecnologico sviluppando la propria bomba atomica. è l’inizio della “guerra fredda” cioè la contrapposizione politica, ideologica e militare tra le due superpotenze e gli U.S.A. si danno il compito, una vera e propria missione, di difendere il mondo libero dalla “minaccia comunista”. La tensione risultante, durata mezzo secolo, non si concretizzerà mai, per fortuna, in una guerra frontale, dato il pericolo, concreto, per la sopravvivenza della vita sulla terra rappresentato da un conflitto nucleare. Una fase critica e potenzialmente molto pericolosa si presenta proprio tra gli anni cinquanta e sessanta. La fine della “guerra fredda” si fa coincidere con la caduta del muro di Berlino il 9 novembre del 1989 e la successiva dissoluzione dell’U.R.S.S. il 26 dicembre del 1991.
Fin dal 1946 e per tutti gli anni cinquanta, programmi radiofonici e televisivi diffondono tra gli americani la consapevolezza del reale pericolo di una guerra atomica. Anche i romanzi come “Ultimatum alla terra”, trasposto in film nel 1951, e l’apocalittico “L’ultima spiaggia”, divenuto film nel 1959, contribuiscono all’angoscia collettiva. Negli anni cinquanta, poi, la popolazione civile viene costretta ad esercitazioni contro eventuali raid aerei ed incoraggiata a costruirsi rifugi antiatomici personali.
E l’inverno 1946/47 segna una svolta nell’opera di Pollock, l’artista abbandona il cavalletto per la tecnica del “dripping”.
In Fig. 3 “Full Fantom Five” del 1947. Qui l’accumulo di strati di colore cela una figura dipinta con la vernice al piombo e, come ha dimostrato una radiografia eseguita nel 1990, gli oggetti inseriti (chiodi, bottoni, chaivi, monete, puntine da disegno, fiammiferi, ecc.) sono posizionati in relazione alla figura sottostante. Poiché il titolo allude ad un verso della “Tempesta” di Shakespeare: “Esattamente cinque pie- di sott’acqua tuo padre giace…” a me sembra che il quadro sia costruito evidenziando la distruzione possibile della nostra civiltà e la conseguente cancellazione degli esseri umani.
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Anche “Black and White: Number 26A”, del 1948 (Fig. 4), se lo si osserva con attenzione, rivela, secondo me, un viso di donna con grandi occhi e bocca spalancata, in alto, e in basso, un seno, il tutto coperto da labirintici segni neri. Due anni dopo, in un’intervista, Pollock sottolineerà: “Mi sembra che un pittore moderno non possa esprimere il nostro tem- po, il tempo degli aeroplani, della bomba atomica, nelle forme antiche del Rinascimento”.
Il 1950 è l’anno più produttivo dell’intera carriera di Pollock. In quest’anno realizza oltre cinquanta opere e sono in genere quadri di grande formato come “Autumn Rhythm Number 30” (Fig. 5). I dipinti del 1950 diventano oggetto di una viva attenzione da parte dei media. Quando queste tele vengono esposte nella galleria newyorkese di Betty Parson, il famoso fotografo Cecil Beaton li utilizza come sfondo per una serie di fotografie di moda che sul numero di “Vogue” del marzo 1951 rappresenteranno il “New Soft Look”. Anche se i dipinti vengono definiti “tappezzerie apocalittiche” a Pollock fa piacere essere al centro dell’attenzione mediatica.
Dopo quest’anno di intenso lavoro e la mostra appena citata, Pollock va incontro ad una profonda crisi, dichiara di sentirsi “sempre a terra” e la sua produzione cambia. Per qualche tempo si limita all’uso di grafismi neri, poi torna a motivi riconoscibili come figurativi fino alla morte avvenuta nel 1956 in un incidente automobilistico.
Secondo la moglie Lee Krasner, Jackson aveva raggiunto il culmine della sua evoluzione artistica nel 1950 e quindi non si accontentava di ripetersi.

UNO SGUARDO CRITICO SULL’OPERA DI POLLOCK. LA FORTUNA DI VIVERE E LAVORARE NEL POSTO GIUSTO E NEL MOMENTO GIUSTO.
Peggy Guggenheim, oltre ad allestire le prime personali di Pollock e degli altri espressionisti astratti, li finanzia acquistando loro delle opere o vendendo i loro lavori ad istituzioni prestigiose come il Museum of Modern Art. Dopo il 1946, anno in cui la miliardaria chiude la sua galleria per trasferirsi a Venezia, è l’artista Betty Parsons ad acquisire molte opere espressioniste, tra le quali quelle di Pollock, aprendo, sempre a New York, un suo spazio espositivo.
Intanto cresce l’attenzione e l’interesse dei mass-media, dei musei e dei “nuovi-ricchi” collezionisti verso l’arte contemporanea americana e quindi anche verso questa corrente pittorica. Inoltre, tra gli anni quaranta e cinquanta e fino agli anni sessanta, la critica d’arte americana proclama con forza e in continuazione che questa corrente artistica sta soppiantando l’arte europea nella sua funzione di modello estetico.
Nel 1950, la Biennale di Venezia ospita un’esposizione di tele di Pollock, Gorky e de Kooning scelte dal Museum of Modern Art.
Tra il 1958 e il 1959 due collettive di arte americane, comprendenti le tele di Pollock, fanno conoscere questa nuova pittura in tutta Europa. La prima dal titolo “The new American painting” è una mostra itinerante che tocca Basilea, Milano, Madrid, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, Parigi e Londra; la seconda è allestita in Germania a Kassel. Queste due collettive sono promosse e organizzate dal Moma che negli anni cinquanta dà inizio ad una offensiva politico-culturale diretta al resto del mondo libero, e dove il nucleo centrale è proprio l’espressionismo astratto, considerato la quintessenza della libertà di espressione nel mondo occidentale e, nell’ambito della guerra fredda, come parte della americanizzazione mondiale al pari della Coca-Cola e dell'hamburger.
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Nel 1974 il critico Alfred Barr nel suo libro: “New American painting” esporrà con chiarezza questo concetto, definendo l'astrazione come l’espressione artistica del mondo libero e liquidando il realismo come forma artistica propria dei regimi totalitari, del Nazionalsocialismo come del Comunismo. Nel caso di Pollock intrigava, e intriga ancora, in patria e all’estero, sapere che avesse realizzato le sue “sgocciolature” mentre eseguiva dan- ze rituali Navajo, stabilendo una continuità tra il suo corpo, la sua psiche e il macrocosmo e che, quindi, i suoi quadri fossero la manifestazione di una fusione con il tutto in uno slancio quasi sacro. Un alone magico ed un’ottima pubblicità! In realtà le opere di Pollock sono lontane anni-luce dalle pitture di sabbia Navajo, “sacri cerchi” legate al’'arte della medicina, che presentano nuvole, alberi o figure simboliche con l’indicazione delle quattro direzioni e realizzate con vivaci colori, anch’essi simbolici, verde, giallo, arancio, rosso, rosa e turchese oltre che bianco e nero. Inoltre le danze che eseguiva Pollock non possono essere paragonate a quelle dei Navajo, principalmente perché lo stile di vita di un newyorkese dipendente dall’alcool era lontanissimo dal modo di vivere e di sentire di un popolo in profonda sintonia con la terra e i suoi cicli e, pure ammettendo che il ragazzo Jackson avesse assistito a vere cerimonie sacre e, non ad una semplice rappresentazione per turisti, risalivano pur sempre a più di vent’anni prima!
Alla luce di queste osservazioni non penso che il macrocosmo con cui Pollock cercava di fondersi potesse essere l’Universo o Madre-terra, credo piuttosto che, tramite le danze, si liberasse della sua angoscia, fusa con quella dei suoi conterranei, riversandola sulla tela fino a farla tracimare come un fiume in piena.
Francesco Bonanni, un autorevole critico e curatore di arte contemporanea, scrive di Jackson Pollock nel suo libro “Lo potevo fare anch’io”: “La tragedia di Pollock è quella di aver fatto, si, una rivoluzione, ma di averla anche chiusa senza lasciarsi via d’uscita, come il sistema circolatorio, dove il sangue non può fuoriuscire, a meno che uno non decida di tagliarsi i polsi. L’alcolismo autodistruttivo di Pollock era anche il tentativo disperato di uscire da questo circuito chiuso, da questa gabbia dorata dove era rimasto intrappolato con i suoi quadri.
Tuffarsi dentro la tela significava allontanarsi definitivamente dalla spiaggia delle idee, dove magari ogni tanto si può fare un pisolino, ridestandosi con qualche pensiero nuovo. Laggiù, in mezzo al mare, fra le onde del suo colore, Pollock non ha altra scelta: nuotare o affogare. Affogherà, non prima però di aver provato a tornare verso la riva delle immagini e della figurazione, compromettendo le sue colate di colore, abbozzando volti mal riusciti. Non ce la farà. La poderosa energia che ha sprigionato sulla tela è come un vortice che lo risucchia negli abissi, una notte di agosto del 1956, correndo con la sua auto si schianterà contro un macigno ai bordi di una strada uccidendo anche una delle due amiche che stavi accompagnando a casa. Jackson Pollock muore chiudendo la porta dietro di sé senza lasciare eredi, inghiottendo il suo stile, quello stile che un giorno all’improvviso, aveva sputato per terra”.
La maggior parte dei “dripping” di Pollock mi appaiono una serena rappresentazione di un gigantesco cestino da lavoro dopo che una tribù di gatti vi ha giocato per ore disfacendo allegramente tutti i gomitoli. Però i primi eseguiti (Fig. 3) e (Fig. 4) mi colpiscono molto, mi sembrano la potente sintesi espressionista di “Guernica” di Picasso e de “L’Urlo” di Munch, dal messaggio ancora attuale, purtroppo, come è attuale il film “Ultimatum alla Terra” di cui è stato realizzato un remake nel 2008.
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